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Omaggio a Idrissa Ouedraogou

Ricordiamo il maestro africano, scomparso lo scorso 18 febbraio a 64 anni, con una proiezione del suo capolavoro Yaaba (1989), giovedì 1 marzo h 20 da Sentieri Selvaggi, via Carlo Botta 19 a Roma, INGRESSO GRATUITO

… no non voglio dire che non amo i miei film, ma so che avrei potuto farli meglio con altri mezzi.

Nei miei film in fondo ho sempre parlato a me stesso

Idrissa Ouedraogou

Avevamo incontrato Idrissa Ouedraogou a Milano, in occasione della diciassettesima edizione del Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina, era il 2007 e la sala della FNAC che ospitava l’incontro era affollata e incuriosita di questo autore così complesso che citava Shakespeare pur insistendo su una diffusione del cinema che doveva trasferire nell’immagine le differenti culture africane.

 

Idrissa Ouedraogou era nato a Banfora una città dipartimento del Burkina Faso già Repubblica dell’Alto Volta, nel 1954. I suoi film sono stati tra i primi ad arrivare in Europa dall’Africa, facendo scoprire ad unYaaba, 1989 pubblico incuriosito e sensibile le storie dei suoi paesi, dei suoi antenati. Formatosi tra Francia e Russia aveva lo spessore e le qualità di un intellettuale e come ogni studioso capace di guardare lontano, aveva il desiderio di sperimentare ed è per questo che oggi la sua opera completa sembra non dominabile, tanto frammentata e improntata ad una multimedialità invidiabile poiché divisa tra cinema, televisione per le quali ha realizzato anche delle mini-serie, cortometraggi e brevi altri lavori che sperimentava con sempre uguale curiosità.

Il suo era uno sguardo di quelli naturali, privato da ogni presunta sapienza e anche quando il suo cinema assumeva i profili della cultura alta, era sempre dal basso che guardava, quasi a ricomprendere la sua cultura e mescolarla con quella poliedrica ed eclettica che aveva appreso durante gli anni della sua gioventù. Ouedraogou aveva raccontato le contraddizioni del suo Paese e il suo cinema guardava con attenzione ai bisogni della gente. Poko, uno dei suoi primi lavori, denunciava ad esempio un sistema sanitario inadatto a gestire le necessità primarie della sua gente. Era Tilaï, 1990proprio questa sua fiducia estrema nel cinema come strumento di conoscenza e arricchimento a caratterizzare il suo lavoro, il mio cinema – diceva – si situa in un’Africa che non ha bisogno di dimostrare, quanto piuttosto di trasmettere. Il cinema è un’arte con differenti sfaccettature e può aiutare a parlare a tutti.

Dopo le prime prove in corto come Poko (1981), Les écuelles (1983) e Les Funérailles du Larle Naba (1984), esordisce nel lungometraggio con i due film ambientati nei villaggi: Yaaba del 1989 e Tilaï del 1990. Si tratta di storie che lo legano alle sue tradizioni, nelle quali si interroga sulle ragioni della sua cultura. Due film che fanno conoscere Ouedraogou in occidente. Il costante confronto della sue tradizioni con quelle occidentali è forse alla radice di Samba Traoré del 1992. Un film sul senso di colpa e sulla necessità di trasgredire alla legge – già tema sotteso in Tilaï – per migliorare le condizioni della propria gente.

Il regista burkinabè in più occasioni insisteva sul concetto di solidarietà tra le popolazioni Le cri du coeur,dell’Africa, pur continuando a raccontare quante fossero le culture del Continente. La radicata cultura e l’impossibilità di diventare altro è al fondo del successivo lungometraggio del regista. Le cri du coeur, del 1994, è la storia del piccolo Moktar che non può e non riesce ad ambientarsi nella grande città europea e la sua anima resta indissolubilmente legata al suo passato, alle sue tradizioni, al suo mondo magico.

Il cinema di Ouedraogou sembra prendere forma soprattutto concettuale con quella straordinaria voglia di raccontare la multiforme anima africana. La sua voglia di sperimentare si è riaffermata nell’intenzione di assimilare le storie dell’Africa ai generi del cinema, tra il western e il thriller che di diritto costituiscono forme entro le quali anche le storie dei suoi personaggi trovano spazio. Non è un caso quindi che il suo cinema, in Kini & Adams, 1997questa sorta di espansione e deriva del racconto, si tinga prima dei colori della commedia con Kini & Adams (1997) storia di due amici inseparabili e poi delle tinte della tragedia con venature del racconto epico che diventa linguaggio universale con La colére des dieux del 2003 film che segnano il ritorno di Ouedraogou al lungometraggio dopo un periodo di pausa dal cinema, ma di lavoro per la televisione e per la realizzazione di cortometraggi. Da questi tratti si comprende come sia difficile definire, in unica direzione, il lavoro artistico di Ouedraogou. I suoi racconti si avvalevano di strutture narrative variegate, sconfinavano nei generi, segno di un grande amore per l’immagine e segno di una sua grande sensibilità autoriale.La colére des dieux, 2003

Forse il cruccio più grande di Idrissa Ouedraogou era proprio la costrizione produttiva, l’impossibilità di disporre di quei capitali minimi che gli permettessero di lavorare con la necessaria tranquillità. Si lamentava dei lunghi periodi di sospensione per le riprese in attesa della conferma da parte della produzione delle risorse economiche, soffriva il dovere velocizzare le riprese all’insegna di una economia alla quale volente o nolente era sempre assoggettato. Da qui una certa insoddisfazione, da qui anche una produzione tutto sommato esigua, rispetto alle capacità autoriali che sicuramente possedeva. Tutta la sua filmografia, pur non essendo militante o esplicitamente politica resta in quella zona della meditazione della politica che diventava Idrissa Ouedraogo,laboratorio di idee, sviluppandosi attorno alla sua cultura sicuramente piena di miti, ma anche largamente sfruttata dalla colonizzazione. Il suo cinema, pur rivendicando le tradizioni, si apriva alla contemporaneità e affascinava lo spettatore per quella carica di sincero rapporto che sapeva e voleva instaurare con il pubblico. Ma nonostante questo egli restò sempre, quasi caparbiamente, legato alla sua Africa e anche il ritorno al lungometraggio con Kini & Adams e La colére des dieux diventano un segno di questa sua scelta. Si tratta infatti, di due film girati completamente in Africa, con attori dei luoghi e senza l’ausilio di capitali occidentali.

La morte di Idrissa Ouedraogou lascia un vuoto davvero grande, ma ancora più grande è l’insegnamento che l’autore lascia ai più giovani registi che è quello di non fermarsi mai e di continuare con ostinazione a raccontare il mondo partendo dall’amore per il cinema e dalla fiducia estrema nella sua funzione. Nonostante i suoi film fossero elitari per gli africani per i quali era un lusso andare al cinema, Ouedraogou aveva ben presente i guasti economici dei paesi africani ed è per questo che nutriva amore e speranza che, diceva, fanno parte del buon cinema e il cinema deve servire a distribuire i valori anche in funzione di un’economia più equa.

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